
A Gloria, con gratitudine
Ci sono donne che davanti a una macchina fotografica si sentono a proprio agio. E poi ci sono quelle che, appena si accorgono di essere osservate, non sanno più cosa fare.
Dove metto le mani?
Come guardo?
Come mi metto?
Devo sorridere?
Devo essere sensuale?
Devo sembrare naturale?
E improvvisamente quella che dovrebbe essere un'esperienza piacevole diventa una piccola prova con se stesse.
Io appartengo alla seconda categoria. Fotografarmi non è semplice per me. Non sono capace di mettermi in posa, di costruirmi un'immagine, di nascondermi dietro un'espressione studiata. Davanti a una macchina fotografica mi sento esposta, perché non so fingere.
Questa esperienza con Gloria mi ha portata a riflettere su qualcosa che va molto oltre il semplice fatto di venire bene o male in fotografia. Mi ha fatto pensare a cosa significhi, per una donna, essere vista. E soprattutto a cosa accade psicologicamente quando entriamo nello sguardo di un'altra persona.
Essere guardate e sentirsi viste.
Essere guardate è un fatto percettivo.
Essere viste è un'esperienza psicologica.
Posso essere osservata e, contemporaneamente, sentirmi completamente invisibile. Posso invece incontrare uno sguardo capace di restituirmi qualcosa, che io stessa non riuscivo più a vedere. La differenza sta nel riconoscimento.
Quando mi sento vista, non significa semplicemente che qualcuno ha notato il mio corpo, il mio volto o la mia espressione. Significa sentire che l'altro sta entrando in relazione con me come persona. Non sono soltanto un'immagine da valutare ma un soggetto che viene incontrato.
Uno sguardo può giudicare, classificare, desiderare, confrontare, appropriarsi. Ma può anche riconoscere. E quando uno sguardo riconosce, qualcosa, dentro di noi, può rilassarsi. Non dobbiamo più dimostrare di essere qualcosa. Possiamo semplicemente esserci. Parlo di sguardo in senso psicologico, parlo degli occhi capaci di sospendere il giudizio abbastanza a lungo da permettere all'altro di manifestarsi, di esistere nella sua complessità. Ciò che appare, infatti, non coincide necessariamente con ciò che è.
Un sorriso può contenere imbarazzo.
Una postura sicura può nascondere vulnerabilità.
Un'espressione sensuale può contenere gioco, curiosità o semplicemente il piacere di abitare il proprio corpo.
Un gesto apparentemente spontaneo può essere il risultato di una lunga elaborazione interna.
Uno sguardo psicologico non cerca immediatamente di definire.
Osserva.
Ascolta.
Attende.
Lascia spazio.
Non dice: Io so chi sei. Dice: Sono qui per vedere chi sei mentre accade.
Impariamo molto presto qualcosa di noi attraverso il modo in cui veniamo guardati. Prima ancora di poterci descrivere, facciamo esperienza di noi attraverso le risposte dell'ambiente. Lo sguardo di chi si prende cura di noi o semplicemente ci avvicina, ci rimanda implicitamente: ti vedo o ti guardo e basta, esisti, quello che provi ha un significato, sei degna della mia attenzione o non lo sei, e così via. In questo senso, il riconoscimento nello sguardo dell'altro, partecipa alla costruzione del nostro senso di sé. Possiamo imparare a essere ciò che pensiamo venga apprezzato e in determinate situazioni, costruire un'immagine di noi funzionale alle aspettative dell'ambiente. Ed è forse proprio questo che può accadere davanti all'obiettivo fotografico: cerchiamo di produrre un'immagine invece di permettere che emerga una presenza.
Mi piace riflettere, tra vivere il proprio corpo e guardare il proprio corpo. Nella vita quotidiana abitiamo il corpo dall'interno. Camminiamo, respiriamo, ci muoviamo. Sentiamo caldo, freddo, piacere, tensione, stanchezza. Il corpo è il nostro modo di essere nel mondo. La fotografia, invece, ci mette davanti al corpo come immagine. Per un momento ciò che normalmente abitiamo diventa qualcosa che possiamo osservare.
Per il femminile questo processo può diventare particolarmente intenso. La donna cresce all'interno di una cultura che attribuisce al corpo femminile un forte valore visivo. Il corpo viene guardato, valutato, desiderato, confrontato, modificato. Bellezza, giovinezza, magrezza, sensualità, cura, seduzione sono alcuni dei codici attraverso cui il corpo femminile viene continuamente raccontato. Così può accadere che una donna impari molto presto a guardarsi attraverso gli occhi degli altri. Non soltanto: mi piace il mio corpo? ma: Il mio corpo è abbastanza bello? È abbastanza femminile? È abbastanza desiderabile? Sto mostrando troppo? Sto mostrando troppo poco? Come apparirò? E la possibilità che si presenta dinnanzi è quella di non ri-conoscersi nella verità.
Il femminile non è un'immagine, il femminile non è una posa. Non è un corpo particolare. Non è un certo modo di muoversi. Non è necessariamente sensualità. E non è qualcosa che una donna deve dimostrare. Il femminile può essere morbidezza e forza. Può essere desiderio e pudore, può essere cura e indipendenza, può essere vulnerabilità e capacità di tenere il proprio spazio. Può essere ironia, rabbia, sensualità, autorevolezza, gioco, silenzio. Può essere tutte queste cose insieme. Il femminile psicologico non coincide quindi con una determinata estetica, è una dimensione identitaria complessa, fatta di rapporto con il corpo, con il desiderio, con i propri confini, con la vulnerabilità e con la possibilità di sentirsi soggetto della propria esperienza.
Forse una delle possibilità più interessanti del ritratto fotografico di Gloria è proprio quella di ricongiungere queste due dimensioni. Lo sguardo esterno può diventare uno sguardo interno. Guardare il corpo senza smettere di sentirlo come nostro. Non soltanto: come appare? ma: come sono dentro questo corpo? La macchina fotografica rende questo meccanismo particolarmente evidente, perché ci mette letteralmente davanti a un'immagine di noi.
Ognuna di noi porta dentro di sé anche un'immagine ideale della donna che vorremmo essere. Quella che immaginiamo più bella, più sicura, più sensuale, più elegante, più giovane, più libera. Poi c'è la donna reale. Quella che cambia. Che invecchia. Che attraversa esperienze. Che ha cicatrici. Che qualche giorno si sente bellissima e il giorno dopo non si riconosce. Il problema non è necessariamente la distanza tra queste due immagini. Il problema nasce quando crediamo che per poterci accettare dobbiamo eliminare quella distanza.
La fotografia può diventare anche un'esperienza che permette incontrare la donna che sono, senza costringerla a coincidere con quella che pensavo di dover essere. Ed è un processo artistico trasformativo, una ribellione gentile alla costruzione ideale, una rinascita dell’unicità, una ri-bellezza.
Una donna può passare dall'essere semplicemente oggetto dello sguardo a sentirsi soggetto che sceglie di essere visto. La differenza è enorme. Nel primo caso qualcosa accade su di lei, nel secondo, lei partecipa all'incontro. Questa trasformazione restituisce la possibilità di sentirsi attiva nella costruzione della propria esperienza di riconoscimento.
Credo che uno degli aspetti più interessanti dell'esperienza che ho vissuto sia stato proprio questo: non tutte le donne hanno bisogno di essere fotografate nello stesso modo. Non esiste soltanto la fotografia in posa e non esiste soltanto il reportage. Esiste la persona. E ogni persona ha una propria modalità per poter essere ritratta. C'è chi ha bisogno di sentirsi guidata. Chi invece ha bisogno di libertà. Chi riesce ad affidarsi facilmente. Chi ha bisogno di tempo. Chi utilizza l'ironia per proteggersi dall'esposizione. Chi ha bisogno di sentirsi contenuta e accompagnata.
Credo che Gloria abbia viaggiato dal: come voglio fotografarla? al: di cosa ha bisogno questa persona per poter essere veramente vista?
La una differenza è enorme. Quando una persona si sente vista, ma non giudicata, può lentamente smettere di controllare la propria immagine.
E allora può comparire qualcosa di magico.
La vera bellezza.
Quando sappiamo di essere osservate, possiamo entrare in una modalità di autocontrollo. Controlliamo il corpo, la postura, il volto, la bocca, le mani, lo sguardo. Cerchiamo di produrre l'immagine che vorremmo trasmettere. Ma più cerchiamo di controllare l'immagine, più rischiamo di allontanarci dall'esperienza autentica di noi. È quasi un paradosso:più cerchiamo di sembrare naturali, meno lo siamo. La macchina fotografica rende visibile questo processo. Ed è proprio qui che può accadere qualcosa di interessante. Quando la persona sente che non deve fare bene la fotografia, gradualmente può smettere di costruirsi. E quando smette di costruirsi, può iniziare ad apparire. Qui entra sul set una dimensione che attraversa tutto questo processo e che, forse, è la più difficile da raccontare: l'emozione. Perché essere viste non è un'esperienza soltanto mentale. Il corpo lo sa prima ancora che la mente riesca a comprenderlo.
Possiamo sentire imbarazzo, tensione, vergogna, paura del giudizio. Possiamo avere voglia di ridere proprio quando ci sentiamo più esposte. Possiamo irrigidirci, trattenere il respiro, non sapere dove mettere le mani. Se l'ambiente e lo sguardo dell'altro sono sufficientemente accoglienti, queste emozioni possono essere attraversate senza diventare un ostacolo. Sono tutte possibili risposte emozionali a una situazione in cui sentiamo che qualcosa di noi sta diventando visibile. E incontriamo la vulnerabilità dell’essere.
Uscendo dai costrutti del sistema, che ci racconta della vulnerabilità come forma di debolezza, abbiamo finalmente la possibilità di essere toccate dalla relazione, nella relazione con il fotografo, dalla relazione con noi stesse.
Non percependo più il controllo completo e giudicante su come veniamo guardate, possiamo finalmente permetterci di apparire autentiche. Appare una forza diversa, amica della vulnerabilità, quieta, consapevole, la nostra, quella che ci concede di urlare: non devo essere perfetta per poter essere vista davvero.
Il nostro corpo smette di essere qualcosa da controllare e torna, almeno per un momento, ad essere qualcosa da abitare. L'attenzione si sposta gradualmente dal risultato all'esperienza. Non sono più concentrata soltanto sull'immagine che sto producendo. Sono dentro il momento. Sto tornando in me. O sto incontrando la mia vera me.
Gloria sa cosa cercare: la donna dentro l’immagine, e la possibilità di restituire alla stessa, la sua bellezza. E la restituzione può essere sorprendente. Può mostrarci una sensualità che non ci concedevamo, una forza che non riconoscevamo, una delicatezza che nascondevamo, una parte ironica. Una parte libera. Una vulnerabilità che non consideravamo degna di essere mostrata.
La fotografia non ha creato queste parti. Le ha rese visibili.
Senza trasformare una sessione fotografica in terapia, possiamo riconoscere una dinamica analoga sul piano relazionale. Una persona può arrivare davanti all'obiettivo con tensione, imbarazzo, insicurezza, difficoltà a lasciarsi andare. La tensione può diventare movimento. L'imbarazzo può diventare ironia. La paura può diventare curiosità. Il controllo può lasciare spazio alla spontaneità. E questo passaggio, più che essere semplicemente fotografato, può essere colto. Può creare uno spazio nel quale una persona sperimenta qualcosa di diverso nel rapporto con il proprio corpo, con lo sguardo dell'altro e con la propria immagine. Può permettere consapevolezza, può aprire domande. Può restituire parti di sé. Può diventare un'esperienza di riconoscimento.
La fotografia non cattura soltanto un istante: coglie un processo. Siamo abituati a pensare alla fotografia come a qualcosa che cattura un momento. Ma nel ritratto autentico accade qualcosa di diverso: un processo attraverso cui una persona passa dal sentirsi osservata al sentirsi vista. Dal controllo alla fiducia. Dalla tensione all'abbandono. Dalla costruzione dell'immagine alla manifestazione di sé. La fotografia finale è soltanto il punto visibile di qualcosa che è avvenuto prima. Dentro quella fotografia possono essere contenuti tutti i passaggi che l'hanno generata. Non credo che i ritratti di Gloria siano soltanto una fotografie di donne. Sono fotografie di relazioni in movimento. Sono opere d’arte che portano con sé il processo attraverso cui sono state generate e conservano qualcosa di come eravamo mentre diventavamo ciò che stavamo mostrando, e quindi vere, autentiche, bellissime.
Lo scatto conserva la forma dell’incontro.
Ed è qui che torno alla mia esperienza personale.
Io sono partita da una difficoltà molto concreta: non so mettermi in posa. Non so costruire un'immagine di me. Non so nascondermi. E proprio per questo, davanti alla macchina fotografica, mi sono sentita esposta. Ma, guardando poi le fotografie, è successo qualcosa che non mi aspettavo. Mi sono riconosciuta. Non in una sola immagine. In tutte. In ognuna ho visto una parte diversa di me: l'eleganza, la sensualità, l'ironia, la parte giocosa, quella istintiva, quella più posata e controllata, quella intima e vulnerabile, quella forte, libera e consapevole.
E ho capito che non volevo sceglierne una. Perché scegliere una sola immagine avrebbe significato, ancora una volta, ridurre la complessità a una definizione.
Invece io sono tutte quelle donne.
E forse, la fotografia di Gloria permette una cosa che nella vita non sempre riusciamo a fare: guardare le diverse parti di noi senza chiedere loro di assomigliarsi.
Prima c'è lo sguardo del fotografo.
Poi c'è la fotografia.
E infine arriva il nostro sguardo sulla fotografia.
È questo il momento più intimo. Perché ora non siamo più soltanto guardate. Siamo noi che guardiamo noi stesse. E riconoscersi non significa necessariamente piacersi sempre.
Significa riuscire a sentire che quell'immagine ci appartiene.
Perché la nostra identità non è una fotografia. È un processo. È qualcosa che continuamente si trasforma, si racconta, si incontra e si riconosce.
Forse è questo il regalo più bello che la fotografia, quando diventa arte, può fare.
Non creare una donna diversa.
Non renderla perfetta.
Non insegnarle a nascondersi meglio.
Ma offrirle uno sguardo attraverso il quale possa incontrare, almeno per un istante, la donna che già è e quella che sta ancora diventando.
Resta il diritto di non piacersi, il quale però spalanca la porta alla possibilità di incontrarsi davvero per amarsi e riscoprirsi preziose, nella fotografia, come nella vita. … che anche tu possa ricevere: restituzione di libertà!
Con Gioia
Antonella Agosti